Esposito Antonio

Esposito Antonio

Sento un certo qual odore di post-Futurismo, se così lo si può chiamare, nell’opera di Antonio Esposito, scultore molisano le cui creazioni ruotano attorno a un tema che mi pare prevalere su ogni altro, la condizione dell’uomo nell’epoca della meccanizzazione. Cosa intendo per post-Futurismo? Un contenitore che raccolga tutte quelle espressioni della contemporaneità, anche molto diverse fra loro (penso, fra gli altri, a Ugo Nespolo, lontanissimo da Esposito), che comunque ritengono le istanze proposte a suo tempo da Marinetti e soci ancora capaci di offrire fecondi spunti di dialogo con il mondo odierno. Un post-Futurismo, però, che al vigore destruens di Boccioni, Balla e Carrà, esauritosi irrimediabilmente con la Grande Guerra, preferisce il costruens di Fillia, Prampolini e soprattutto Depero per il quale l’arte doveva essere la veste del mondo, in tutti i suoi aspetti.

Ciò non significa affatto che l’opera di Esposito non sia originale, tutt’altro; vuol dire, piuttosto, che nel cercare la propria cifra, di poetica e di stile, nel proiettare le sue creazioni più tipiche in una dimensione temporalmente ambigua, fantascientifica nel senso più nobile del termine, da presente, cioè, che prova a anticipare gli scenari futuri per interrogarsi sul proprio stesso senso, Esposito non ha inteso tagliare i ponti con il passato storico, come avrebbe preteso Marinetti, ma ha raccolto da esso ciò che ha ritenuto foriero di sviluppi ancora attuali. Così, se può risultare chiaro il riferimento alla scultura di Boccioni come al primo motore che tutto ha principiato, intendendo la forma come il campo dei dinamismi e delle linee di forza che in essa prendono corpo, è altrettanto palese che quanto da quel modello Esposito ha derivato attinge a un altro modo di concepire il Futurismo, più applicativo, denunciato, per esempio, nelle teste a casco delle sue figure più robotizzate, che rimandano per forza alle celebri, diverse varianti del Dux di Thayaht. Se in Boccioni la disumanizzazione era una necessità, dato che un’automobile era più bella della Nike di Samotracia, per Esposito, così come in Thayaht, è un processo ancora in fieri e dalla conclusione non scontata, in cui il genere unano sta adeguandosi alla macchina, immettendo nella pelle innesti aerodinamici da fusoliera o da carrozzeria, come in una nuova razza ibrida a metà strada fra gamete e fabbrica, ma non fino al punto di sopprimere l’elemento biologico, che ancora sembra sopravvivere orgogliosamente sotto la costrizione della corazza. E’ questo, probabilmente, il messaggio più appropriato della scultura di Esposito: da una parte l’ineluttabilità del progresso, dall’altra le conseguenze che determina nella natura umana, non solo esteriormente, fino al punto di cambiarne completamente il carattere. E quelle donne industrialmente modificate, più ancora che gli uomini alle prese con maschili occupazioni, versioni aggiornate delle muse ortopediche – per dirla con Roberto Longhi – di De Chirico, per nulla private di femminilità nelle generose forme rotonde, ma annullate nel volto e con il capo segnato da una frattura che è la metafora più esplicita di una dicotomia lacerante, sembrano interrogarci su quale possa essere il prezzo che dobbiamo pagare all’evoluzione tecnologica, pure indispensabile per il nostro futuro.

Forse la risposta é già insita nelle sculture astratte di Esposito, fra le sue più interessanti, come in quel Torso maschile, relitto di galassie chissà quanto lontane, in cui la Nike di Samotracia é giunta davvero ad automobilizzarsi. Da lassù Marinetti e Boccioni gioiscono.