Il dialogo dei contrapposti, i grandi protagonisti del 900′

Il Dialogo dei Contrapposti alla Reggia di Caserta, organizzato dalla Galleria Morra arte studio, ci dà la possibilità di riflettere e di ripensare alle dinamiche dialettiche e impazzite dell’arte contemporanea. Viviamo, infatti, un’epoca in cui tout se tient, dove ci sta tutto.

Domani cosa dirà il futuro di noi? Quello che noi abbiamo detto per lungo tempo del Medioevo? Con errate interpretazioni che hanno portato a formulare giudizi negativi su un’epoca che è diventata sinonimo di bruttezza, mediocrità, orrore.

Una mostra di artisti vari, una collettiva, non si deve mai ridurre a essere una fiera pasticciata di generi affastellati l’uno sull’altro, senza un fil rouge che li accomuni. Ma, deve sempre essere presente un ragionamento che ci spieghi il perché abbiamo messo insieme l’astrattismo geometrico di Perilli e i quadri simili a rebus di Mambor; deve trasparire sempre un discorso che ci porti a un fine.

E se è vero che “Esiste una definizione di arte, ogni definizione è destinata a sgretolarsi, perché non è mai dove ci aspettiamo che sia” (A. Kiefer), è altrettanto vero che noi non ci poniamo di fronte alle opere per ragionare, ma per guardare, farci possedere da una tela di Schifano in contrapposizione a una di Salvatore Emblema.

Nella mostra di Morra alla Reggia di Caserta il tema è il dialogo tra i diversi generi; un dialogo che è iniziato prepotente nel secondo dopoguerra, che nasce dallo scontro ma anche dal confronto delle idee, come quando nel 1950 a Napoli avviene la scissione tra i neorealisti di De Stefano e gli astrattisti di Barisani, De Fusco, Tatafiore, che fondono il Movimento di arte concreta (Mac).

Successivamente, a ridosso degli anni ’80, si sente il bisogno del ritorno alla pittura e al confronto serio tra le arti e tra i generi; ed è proprio in questo momento che Mimmo Paladino nella galleria torinese di Giorgio Persano, nel ’78, espone un unico dipinto “Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro”, manifesto programmatico che esprime una necessità forte e drammatica di poter ritornare alla pittura ma, di non buttare “l’acqua sporca con tutto il bambino”.

Nasce, infatti, per una felice intuizione filosofica di Achille Bonito Oliva la Transavanguardia, dove gli artisti si possono muovere senza vincoli e in modo trasversale.

“L’arte è di chi la fa con le sue mani”, dice Hockeney, il grande pittore inglese; oppure è “una cosa mentale”, come affermava Leonardo da Vinci.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, così cantava De Andrè nel 1967. Oggi vanno di moda i cinesi, sono tutti artisti in Cina? E che dire dell’opera di KAW (Brian Donnelly) che cita la copertina di Sgt. Pepper’s dei Beatles in versione Simpson e venduta per 14 milioni di euro. Siamo di fronte a quella che si potrebbe definire “business art”, “commercial art”.

Ma può esistere la definizione di un’arte commerciale? Sembra un ossimoro insanabile.

Personalmente, penso che l’arte contemporanea possa toccare linguaggi e tecniche diversissime e proporre nuove prospettive come accadeva nel Rinascimento. La tecnica soltanto non fa l’opera d’arte.

Julian Schnobelva in giro sempre con un pigiama per comunicare l’assoluto anticonformismo nei confronti dell’ossessione per la moda.

Insomma, senza fare tautologia, l’arte si palesa improvvisamente con un video, un’istallazione, un dipinto, una foto, una frase e non c’è bisogno di dimostrazione, è apodittico.

Responsabile Valorizzazione e Arte Contemporanea

Vincenzo Mazzarella

Reggia di Caserta